La strada dove vivo a Barcellona porta il nome di un prete ucciso durante la Guerra Civile. E' una strada ampia, abbastanza silenziosa, attraversata da un autunno perpetuo perchè gli alberi che ci stanno sono secchi e scoloriti pure in pieno Agosto, e non ci puoi camminare con i sandali perchè le foglie ammassate sopra al marciapiede ti pungono i piedi. Dal balcone di casa mia ogni sera vedo la finta cattedrale del Tibidabo illuminata come un abat-jour da quattro soldi (sissignore, un' abbasciú), e piú vicino, all'angolo della strada che si incrocia con l'entrata del Parco de la Ciutadella, sento bofonchiare Manoli con qualche suo cliente. Lei è la puttana piú vecchia del barrio: il primo giorno che ero qua, la prima notte che tornavo, mi ha visto armeggiare con la chiave del palazzo ed è venuta a chiedermi una sigaretta.
- Non fumo piú.
- Neanch'io.
- E allora che vuoi?
- Vafammoccammammeta.
Non mi ha detto proprio cosí, ma insomma stiamo lá. Io poi ho chiesto all'indiano del bar che sta sotto casa se la conosceva, se sapeva chi era quella lá con i capelli tutti ingrifati.
- Qui siamo tutti quanti indiani - mi ha detto - In onore al prete che non si fece i fatti suoi.
Non ha detto proprio così, ma insomma.
Este jueves depende de tu boca.
Debes cuidarlo igual que un parque a un niño,
como cuida el otoño cada hoja
y le procura el aire necesario
para que se reúna con las otras.
Mira este jueves. No lo sabe. Míralo
acercarse a nosotros entre sombras.
y ocupar la ciudad como un ejército
que no pensara nunca en su derrota.
Será jueves en todo. Está de paso
pero quiere vivir de luces propias.
Entrará en la oficina de mañana,
a mediodía contará sus horas
y se quedará al norte de las cartas
que desde que se escriben son remotas.
Mira cómo se acerca hasta nosotros:
viste de azul y herencias sigilosas,
establece su número y su luna
¡el tiempo siendo jueves en las cosas!
Cuídalo tú que puedes, no le dejes
que tal día haga un año en la memoria.
Mira cómo se acerca a la ventana
sin saber que depende de tu boca.
Para pasar un día con nosotros
ha salido este jueves de sus sombras.
(Manuel Alcantara)
Non è mai passato troppo tempo quando nella piú azzardata occasione di dialogo con una persona conosciuta di recente mi trovo a parlare della mia passione per Brahms. Il mio interlocutore di solito aggrotta le ciglia perchè non gli viene un'altra cosa. Brahms? Sí, faccio io, sai quello della ninna nanna? E allora devo sempre canticchiarla un poco per richiamare alla sua mente il motivetto pretenzioso che il buon Giovanni butto giú senza sapere mai che Celine Dion un giorno l'avrebbe cantata alla cerimonia degli Awards. Io trovo volgarissimo tutto questo e allora il piglio della conversazione riflette il percorso di mille altre in cui racconto delle mie spassionate esperienze oniriche che ho della vita di Brahms e della sua opera da quando avevo piú o meno dieci anni. A quel tempo, dopo la messa della domenica nella chiesa della Sanitá, Padre Ciccone mi faceva entrare nella sagrestia dove io mi precipitavo verso l'armadietto del suo studio dove era conservato il suo scassatissimo violino Maggini e mi armavo di coraggio davanti a tutti per far sentire quello che il prete mi aveva insegnato. No, io adesso non so e allora non sapevo suonare il violino, sapevo fare le prime due battute del mio movimento preferito di Brahms, quello che stava nella terza sinfonia, il poco allegretto. Padre Ciccone aveva passato qualche ora a farmi vedere le posizioni, e io me l'ero stampate in testa, in corpo, erano quelle lá precise precise, anche se non dicevano niente di quella musica che io mi sognavo la notte, erano solo le prime due battute. Padre Ciccone aveva una vera e propria devozione per il compositore tedesco e lo considerava come uno dei musicisti romantici che erano stati piú vicini a Dio. Cosí diceva, diceva anche che l'amore di Brahms per Clara Schumann, moglie di colui che era stato suo mentore, si doveva intendere come la passione misterica che lui teneva con la Madonna di Pompei. A me mi piaceva stare a sentire Padre Ciccone quando diceva queste cose, e dopo poco tempo mi ero imparato pure l'introduzione della prima danza ungara, e avevo cominciato a sognarmi un signore canuto, con la barba lunghissima che sembrava Dio peró stava seduto sopra alla sedia vicino al mio letto, dove lasciavo la bottiglia di acqua minerale e la busta di fonzies.
- Ma perchè dici sempre questi 'nciuci?
- Ti giuro, nonna, era Lui, mi ha detto che mi devo imparare il violino.
Mia nonna si metteva a ridere, e io la volevo uccidere in quei momenti. Ma ero cosciente ogni volta di raccontare una bugia, perchè Brahms non apriva mai la bocca dentro ai sogni che mi facevo, se ne stava solo lì sopra alla sedia vicino al letto, come se io ero morto e lui era uno che stava pregando per un morto che nella sua vita non aveva mai tenuto lo sfizio nemmeno di suonare un suo walzer alla Konzerthaus di Vienna, e nella sua morte si stava sognando a lui che era morto in una stanza della Sanitá, metti una domenica mattina, che tutte le macchine nel cavone sembrava che stavano andando a un funerale dodecafonico, una processione di claxon infernali senza scappatoia, senza un rufugio tonale per trovare un po' di pace.
La settimana scorsa sono ritornato in Italia per due cose belle. Prima a Roma dove il mio amico L. R Carrino mi ha invitato a partecipare alla messa in musica del suo romanzo d'esordio " Acqua Storta ", libro di cui non ho speso parola su questo blog ma solo perchè credevo non ce ne fosse bisogno, e poi perchè, essendo di parte, l'avrei venduto senza esitazioni narcisistiche come un grande momento della letteratura italiana (ecco l'ho fatto!) Tale messa in musica che mi vede partecipe nasce dalla volontá dell'autore di dar voce ai personaggi che nel romanzo sono "intrappolati" nel soliloquio del protagonista Giovanni. Io ho scritto e cantato due canzoni che sono quelle di Salvatore, e nel disco ho il grande piacere di duettare con Emanuela Borozan meravigliosa cantante romana di cui sicuramente sentirete parlare presto.
Il disco esce in allegato al libro in una nuova edizione disponibile pare da Settembre.
L'altra cosa invece l'ho fatta a Napoli, dove nel frattempo ho organizzato pranzi e cene di rimpatrio che mi hanno riempito stomaco e corazón. Si tratta di una collaborazione con una nuova etichetta musicale Magma Music la cui prima produzione è un'antologia di canzoni pescate tra giovani artisti di quella pazzaria incredibile che è myspace. La canzone che ho scritto io si intitola L'uomo con la finestra in petto, e non mi era ancora caduta dalle tasche ma ho fatto in tempo a salvarla prima che mia nonna facesse la lavatrice.
Il disco sará distribuito nelle feltrinelli e fnac e sará presentato a Napoli con un evento verso gli inizi di Ottobre.
Nun s'arapeno st'uocchie pa' paura 'e nun te vedé
Ed ora amore mio mi manca un attimo mi fermo a un passo dalla tua porta
a perdonarti tutto in una volta e un'altra ancora proveró io che invece non so
sconfiggere con gli occhi gli occhi tuoi e domandarti se mi ami o no
che strano sentimento
nanana na anananan anana na nana ana nanan ananana: poi a uno gli basta questo.
Passare per Gràcia, con l'ansia che è finito il tempo che hai pagato per tenere la bicicletta che hai preso sulla Layetana, e ti scaleranno una piccola multa dal conto, a uno gli basta sentire che dentro a quel bar sta suonando una canzone degli Alunni del sole, e chiamare al citofono con qualsiasi dito.
Inginocchiata alla sua finestra, Veronique sta pregando e il sudore sulla fronte amalgama il ciuffo di capelli a coprirla quasi fosse una corona di spine.
Tiene gli occhi chiusi, viola acceso il contorno sfumato fino alla fine delle guance, dove qualche pelo di barba insiste a venire fuori.
Le parole bisbigliate nell’adagio della sua bronchite cronica le svuotano il petto da tutti i pesanti presagi di questa sera che il vento che c’è le mette sonno, le fa girare la testa ad arte, e allora, ma solo nel sonno, Veronique sta cadendo dalla finestra.
Veronique comincia a districarsi tra i cespugli infetti della Punta Pizzico fino a sfiorare coi piedi il mare che gestisce la sua pirotecnica di bijouteria in mezzo a delle onde vagamente virili, e i piedi di Veronique ci stanno saltando sopra per darsi uno slancio deciso, fino a scalare intera l’oscura scogliera di Solchiaro da dove i cani legati ai cancelli delle ville private le abbaiano una specie di marcia funebre, precisi, intonati al rumore carnale degli olmi che sfrecciano sulla testa dell’isolotto di Vivara, foglia contro foglia, palmo a palmo, ramo contro ramo a plasmare un contrappunto che a Veronique il cuore sta cominciando a battere le sue frasi di riverbero, le svolazzano i capelli d’oro laccati a tirarla più su, dentro a una tormenta che comincia a pisciarsi addosso il caldo umido di tutta una giornata, la sta facendo piangere che le sue enormi lacrime, quasi invisibili, ma violente, povere di sodio, affondano sui terreni della piana di Ciraccio, scorrono a fiumi inarrestabili per le vene del borgo di Terra Murata, stanno allagando pian piano tutta l’isola, che si abbandona a un altro mare, aperto in ogni direzione di dolore, smisurato nel profondo degli occhi accesi di Veronique, che si salva dalla sua stessa catastrofe volando sempre più su.
Poi qualcosa l’ha fatta svegliare.
Veronique affoga nel caldo e pensa – Me ne devo scappare, devo andarmene da qui.
Da "Il mio cuore é un mandarino acerbo" il libro che ho pubblicato nel mio stomaco, e non mi ha fatto digerire nemmeno una sfaccimma di copia.
Mira este jueves. No lo sabe. Míralo
acercarse a nosotros entre sombras.
y ocupar la ciudad como un ejército
que no pensara nunca en su derrota
Manuel Alcantara
Ho aspettato questo giorno, e poi senza farmi accorgere, erano passati duecento anni, e lui era lo stesso giorno che io aspettavo questo giorno, era una notte che mi era entrata negli occhi per non farmi vedere niente.
L'ultima settimana la mia vita ha subito un improvvisatissimo slancio tropicale. Da sempre l'unica cosa che so delle Canarie si riferisce a qualche cartolina sparuta nella casetta di Peter Pan che mi portò mia madre dopo il suo periodo di stazza a Las Americas, nel sud di Tenerife, e le sue raccapriccianti storie sugli insetti dell'isola. Da venerdì scorso invece sono in completo overload tropicalista, e tutto si è spostato indietro di un'ora.
Mi hanno raccontato questa cosa strana che succede sull'isola de La Gomera:
El Silbo è un linguaggio ancestrale che ancora si conserva su questa piccola isola dell'arcipelago. Usato generalmente dai pastori del posto per comunicarsi da una montagna all'altra, questo imprevedibile strumento linguistico, con le sue derive modali, per mano di qualcuno si presta persino alla creazione poetica.
Cualquiera de estas piedras
chacaras de silencio
puede crear la hoguera de mi infancia
(Pedro García Cabrera )
Madrid.14 Maggio. Dov' ero adesso?A quest'ora? Quali erano i gerani arruffati sul davanzale di Dora Campoluongo? Me la ricordo che teneva i capelli biondi e stava affacciata quando avevano sparato al Fringuello e lei aveva buttato giù il lenzuolo col disegno della carica dei centouno per far coprire il corpo. Lo sapevo che se n'erano andati in Spagna, lei e la famiglia di suo marito, i due figli che teneva già quando si erano sposati nella chiesa di Padre Ciccone e io nella sagrestia avevo portato una delle colombe bianche della cesta che stava fuori e non l'avevo più trovata.
A me mi fanno schifo le cose che volano- aveva detto, ma io lo sapevo che era stato Padre Ciccone a nasconderla, se l'era presa da mano a mio fratello Peppe e l'aveva portato sopra alla sua stanza.
Madrid. Oggi è la vigilia di San Isidro. Sono andato al liddel di Tirso de Molina per comprarmi il pane, il fuet e la roba per i scarrafoni. Dora Campoluongo mi ha riconosciuto subito, stava fuori alla porta del supermercato, piegata sulle ginocchia a dar da mangiare ai colombi, mentre parlava a telefono, e urlava ogni tanto e Gesù e Gesù, l'intercalare più tipico del mio quartiere, che non ho mai capito poi quando si deve usare.
Io intanto ho messo due spicchi d'aglio fuori alla porta per non fare entrare a quegli animali schifosi.Sta piovendo.Dora Campoluongo mi ha detto che San Isidro è come San Gennaro, ma lui però non tiene il sangue, solo fa piovere più del dovuto, e poi basta, viene l'Estate.
Avevo scritto una piccola cronaca del mio concerto a Cáceres ma s'è spento il pc improvvisamente e quindi. Non lo so, è che in questo periodo credo mi stiano succedendo solo le cose che è bene mi succedano. Vi capita mai?
Facevano il padre nostro con quei segni e sembrava che uno di loro stava prendendo in giro agli altri, e ballava, con le mani in testa faceva un rumore soltanto, un rumore ordinato, stonato, che andava e veniva per tutta la chiesa di San Francisco El grande. Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà e in cielo, e in terra, e in mezzo ai sordi che non si sa dove stanno, almeno io non so, e vedo i segni sulle loro teste, e attorno, come a cercare qualcosa che io non vedo, come per afferrarsi a un equilibrio che è meglio, sta più dritto del mio perchè mi sembrano meno stanchi, tutti i sordi c'hanno quell'attenzione visiva alle cose, come dice Angel che ne ha avuti due per genitori, un' attenzione che è una specie di istinto mistico, che a me mi manca, a me non mi fa cercare, mi fa venire sonno. E' tre giorni che non dormo. La notte a Lavapiés sa di legno putrefatto, o è il palazzo, le scale, il parquet della cucina. La vicina del pianerottolo è una signora avanti con l'età che la notte fa alzare i figli dal letto, e pure loro mi sa che sono avanti assai, e di mattina la signora che forse si chiama Amparo li fa alzare dal letto con degli allucchi strepitosi, intonatissimi, che mi scavano un sacco di ricordi in quella capuzzella mia che dorme troppo attaccata alla parete che divide le nostre rispettive stanze. - Quella lì c' ha la sindrome di Diogene - mi dice Angel, il ragazzo con cui divido casa. Io faccio la faccia che non ho capito, e lui, accomodante, innocuo, aggiunge - Si porta la munnezza a casa, oppure si tiene la sua, e non la butta mai, arriverebbe pure a riempire una stanza di munnezza.
Penso: dio mio che sfaccimma puozza passà 'nu uaio e mo' come se fa 'nta 'stu sfaccimma 'e palazzo 'nta cchella bucchina ra mamma se pozza prerecà aimma 'a faccia soja nun aggio idea oi né 'a sfaccimma da ggente e po' vonno pure parlà ca loro stanno annanze.
Poi invece penso: se a Napoli tenessero tutti quanti questa cosa qui il problema della munnezza sarebbe risolto.
E allora resto poco a casa, David mette i dischi al Candela, stasera, dice che Kevin Johansen ha scritto il miglior disco del decennio, e che... hay que enterarse. Passando per Meson de Paredes mi devo scansare le sputazze dei cinesi che stanno sempre lì appostati fuori ai negozi, e che ci vuoi fare, è il loro territorio e sono abituati a fare così. I bambini sembrano non accorgersene: all'angolo con calle del oso ci sta una scuola elementare, escono verso le tre e quando escono si mettono a correre, anche se qualcuno poi alza la testa per vedere se sto affacciato e faccio le facce come sempre, come uno scemo in più, un cinese in mezzo agli altri che prima o poi fa una sputazza pure lui e la so' cazzi. Io invece sto a vederli dalla vetrina del locutorio di David, perchè devo telefonare a casa, e i bambini vedono affacciata al balcone la bandiera del Valencia che ieri sera ha vinto la finale di coppa col Getafe. Casa mia sembrava il biliardo di Totore 'A Casella, tutti quanti a trattenere le urla e a bestemmiare su ogni cross andato a male. Perché a trattenere le urla? Perché se urliamo di sera la Diogene ci sfonda il culo. Sempre una malata è. Meglio non provocarla. Allora David s'è portato la bandiera, che alla fine è rimasta là appesa non per il risultato della partita ma perchè stava spugnata. David ogni sera viene a casa dal Ponte di Segovia, dove abita insieme alla madre, viene col motorino, e ieri sera pioveva un'altra volta. Il suo locutorio tiene le cabine con l'arbre magique dentro, perchè ai negri che telefonano sempre ci fete il ciato. Più o meno così dice lui, giustificandosi.
I bambini di questa scuola sono bellissimi, non li sputerei mai.
David è valenciano, è il cugino del ragazzo con cui condivido la casa, è un razzista di merda, e si mette il labello rosa, o a ciliegia, non so.
- Pronto? Nonna? Si, si, tutt'apposto, mi sono fatto pasta e lenticchie.
Qué bien sé yo la fonte que mana y corre, aunque es de noche !
San Juan de la Cruz
Il vento chi lo sa da dove è uscito, ma lo vedi che è uscito pazzo, si fa un sacco di giri attorno alla cupola di San Cayetano e poi si schiarisce sulle scale di ferro che usa il sagrestano per andare a programmare la campana. Si fa bianco il vento, a Lavapies pare quasi che nevica. - Adonde va usted? - La portiera c'ha i capelli biondi e un pullover con una vista dell' alhambra disegnata in mezzo alle zizze enormi. - Ah, si, si. L'inquilino del secondo piano. Dice sta attento ai macchu picchu: ai peruviani, ecuadoregni, salvadoregni, boliviani, cubani, domenicani... li chiama così e mi fa ridere. Dice che se non c'hanno la chiave del portone significa che non abitano qui e che è meglio se non entrano. Il tempo fa schifo, il vento è uscito pazzo, e poi piove che tutte le fogne della calle del oso (tre in totale) piovono pure loro tutta la merda fuori e a uno ci viene l'ansia pure se nel soggiorno sta suonando Adriana Calcanhoto e pare che tutte le cose che possono succedere in questo giorno devono essere per forza felici o al meno che non devono puzzare. Sto fuori al balcone, da stamattina provano a chiamarmi da Càceres per quella cosa del 27. Dovrei suonare in una galleria durante la Feria iberoamericana di Arte Contemporanea ma non so ancora se riesco a mettere su qualcosa di decente. Il telefono prende solo fuori al balcone. Me ne esco. - Adonde vas? - Ma questa che sfaccimma vuole da me? (risata generale in casa di Chus e Napo, i gaglieghi del primo piano che lavorano alla rivista) Non è la portiera, è la figlia, e tiene i problemi. Perfetto. Allora esco più rilassato. Mi ci abituerò, dico, poi cammino per Embajadores e gli orribili manichini dei negozi dei cinesi dicono sì sì, non ti fare problemi, sì sì, dicono, con il rossetto sula bocca pure se sono maschi. Questo quartiere è una babilonia. E poi mi guardano tutti. Giuro che se mi si avvicina un gitano e fa lo stronzo lo sputo subito in faccia. Guardano ma nessuno dice niente. Solo i manichini dei cinesi dicono qualcosa. Mi seguono per tutta Lavapies. Però sono simpatici, io ogni tanto faccio così con le mani, mi aggiusto il cappello in testa, e allora vedo un po' di sole che si riflette sopra alla vetrina, sopra alle loro facce inebetite, como se uscissero pazzi per questa cosa qui.


Eppure resterei a guardarlo, marcire l'innovato spazio intorno, pieno della distrazione dei miei occhi aperti e delle mani. Guarderei stanco e malinconico il suo posto, i gesti che camminano in malora, il suo restare in piedi salterei a guardare prima di cambiare rotta e decadere in un sorriso che sta fermo lì davanti, lontano laggiù a dare tempo al tempo per cambiarlo, farne inizio fine e svolgimento di una smorfia che ha cercato di parlare. Lo guarderei senza considerare il peso di guardare piano piano tutto quanto, tutto il respiro, la misura, il tentativo di afferrarsi a un modo dolce di guardare quelle cose che non ho, che io non sono. Eppure poi ci penso, ma non penso a lui, lo penso, gli penso in testa un fiume di parole che rompe gli argini e mette la fretta di un disordine incompiuto.

Se volete farvi un giro ci sta questa cusarella mia su www.nazioneindiana.com pubblicata da Franz Krauspenhaar.
Credo che il cubano Reinaldo Arenas sia uno degli scrittori più sottovalutati della fine del secolo scorso. Per contro, data la sua conditissima vicenda umana, raccontata senza fronzoli nella sua autobiografia, Antes que anochezca, nonché nel fortunato film che ne ha tratto Julian Schnabel, è conosciuto per la sua condizione di omosessuale e dissidente durante gli anni più duri del post rivoluzione a Cuba. Quello che di Arenas poco si considera se non nei settori accademici specializzati è la sua posizione di innovatore della Letteratura Ispanoamericana negli anni settanta e ottanta. La sua opera narrativa, complessa per tematiche e stile, regala in innumerevoli episodi un linguaggio urgente, che brucia, un incessante fluire di situazioni poetiche, nonché un ritmo febbrile e vivace in ogni aspetto della narrazione, risultato che molti scrittori del suo tempo, per cosi dire avanguardisti, non avrebbero mai raggiunto neanche dopo.
La lezione letteraria di Arenas è un continuo affano di libertà, di allegria e di carnalità di fronte alle congetture di chi non sa capire la bellezza dell'arte e ne ha paura.
Alcuni suoi romanzi furono pubblicati clandestinamente in Francia mentre era ancora prigioniero a Cuba, una raccolta di racconti, Con los ojos Cerrados, uscì invece in Uruguay per la Editorial Arca.
Da lì ho preso e tradotto questo racconto.
Il Figlio e la Madre
La madre se ne andava dalla sala da pranzo alla cucina.
La madre camminava saltellando come un topo bagnato.
La madre era seduta nel soggiorno e si dondolava sulla poltrona.
La madre guardava dalla finestra.
La madre aveva le mani piene di macchie piccolissime.
La madre disse: Ah.
La madre si alzò in piedi e camminò fino alla cucina.
La madre era morta.
Il figlio scese dalla stanza ( l' unica stanza del piano di sopra, che sembrava una voliera gigante) con un libro in mano. Si sedette. Ma non cominciò a leggere.
- Il pranzo arriva subito – disse la madre, venendo dalla cucina. Il figlio aprì il libro.
Il soggiorno era grande, e tra le persiane della finestra, che occupava la parte superiore della parete, si intrufolava uno spiffero, quasi un vento, che scuoteva i vetri, facendo a volte sbattere le imposte.
- Dovresti leggere meno – disse la madre. Chiuse la finestra. O non leggere niente. Fa male.
Il figlio portò il libro fino allo scaffale dove c' erano solo riviste e lo posò lì sopra.
La madre, in quel momento, se ne andava dalla sala da pranzo alla cucina.
Lui la vedeva entrare e uscire vertiginosamente. Entrare, uscire. Fino a quando la velocità fu talmente tanta che la madre sembrava stare lì fissa davanti a lui. Allora il figlio andò verso la poltrona che stava di fronte a quell' altra, attaccata alla finestra, e si sedette.
E' possibile che già fossero le cinque; anche se poteva essere più tardi. Forse le sei, o le sei meno cinque. Sicché tra dieci minuti sarebbe arrivato l' ospite.
E lui non aveva ancora detto niente alla madre. E in quel momento stava per arrivare. Spiò tra le alte persiane e vide la luce agonizzando sulle foglie del mandorlo.
Il fatto è che aspettava un amico, lui, che non aveva mai aspettato nessuno non avendo dove aspettarlo.
- Come non hai dove aspettarmi ?
- Vivo con mia madre.
- Alle sei sono là.
E lui stesso gli diede l' indirizzo e gli indicò i numeri degli autobus che passavano di là.
E adesso l' esplosione dei passerotti andò a posarsi tra le foglie dell'albero. Avvertendo tale esplosione smise di sentire la voce di sua madre che, dalla cucina, lo chiamava per mangiare. Fino a che la reiterazione della chiamata lo obbligò ad occuparsene.
- Il pranzo è già pronto sulla tavola – disse la madre, già nel soggiorno, in piedi vicino a lui. E lui pensò che non fosse necessaria tutta questa parlantina; che sarebbe stato sufficiente dire vieni a mangiare, o è già pronto il pranzo, oppure è già pronto, oppure il pranzo.
La tavola era preparata per il figlio, e lui mangiava piano. La madre era seduta a tavola. Ma non mangiava. Parlava.
- Hai già tutta la roba stirata. Manca solo il pantalone azzurro. Devo andare a cercarlo.
Il figlio pensò: Adesso sta già davanti alla porta e io non le ho ancora detto niente. Adesso arriva, e dal momento che io sto a tavola andrà lei ad aprire. Adesso arriva. Adesso bussa.
La madre si alzò e andò a lavare i piatti che il figlio aveva svuotato. Potevi pure aspettare che finissi di mangiare per lavare i piatti, pensò il figlio. Ma non disse niente.
E la vide camminare, saltellando come un topo bagnato.
Comunque finì il suo pranzo e l'ospite non era ancora arrivato, di modo che il tempo di mettere a corrente la madre andava diminuendo. Andò in soggiorno e accese la radio che non dava l'ora e faceva solo uscire musica. Una musica senza voci, che dava tanto fastidio alla madre perchè “niente diceva” e che a lui piaceva proprio per questo. Spense la radio e si avvicinò alla porta senza guardare verso la strada.
La madre era seduta nel soggiorno e si dondolava sulla poltrona, cantava quasi. Il figlio andò verso la poltrona che stava di fronte a quella della madre, mise una mano sul bracciolo, e si sedette. Il figlio e la madre erano l' uno di fronte all' altro. Seduti su due poltrone identiche, vicino alla finestra di vetri e persiane attraverso le quali si vedevano le foglie del mandorlo dalle quali i passerotti non smettevano di tuffarsi. Il sole splendeva sulla madre e sul figlio come un' orlatura giallognola.
Dalla cucina arrivava il rumore della goccia d' acqua che filtrava dal rubinetto del lavello. Il figlio, sentendo che in quel momento l' ospite era vicino, sembrò tornare in sé con una sicurezza insolita.
E cercò di parlare alla madre; ma in quell' istante, lei alzava il collo senza muoversi dal suo posto e guardava dalla finestra... Vide il collo della madre stirarsi; lo vide fiutare la prima persiana; lo vide trovare il soffitto con la testa e romperlo. Il collo continuava a crescere. Allora una delle imposte della finestra fu aperta con violenza dal vento e andò a sbattere sul naso del figlio, riducendoglielo. La madre si mise a ridere.
La risata della madre chiuse l' imposta della finestra. La risata della madre rimbombava nel grande soggiorno e si mangiava il rumore della goccia in cucina. La risata della madre, che avrebbe affogato qualsiasi bussare alla porta in quel momento. La risata della madre fece scappare tutti i passerotti.
La madre smise di ridere.
- Che c' hai ?
Lui guardò la finestra. Dopo abbassò la vista fino alle dita della madre, depositate su un ginocchio. La madre aveva le mani piene di macchie, anche se non era vecchia.
- Niente – disse. E vide l' orlatura del sole tirarsi indietro. Per la strada non passavano motori.
Nessun rumore. Il figlio pensò che era il momento – un' altra volta il momento – e stava per parlare. Ma adesso la madre stava prendendo atteggiamenti teatrali. Si metteva in piedi sulla poltrona che traballava. La sua testa cambiava colore, girando.
Fino a che tutto il soggiorno non fu altro che un vortice luminoso che a lui sembrava desolante.
La madre tornò a sedersi e disse: Ah.
E all' improvviso, prendeva a fare notte, come succede sempre nei posti senza stagioni. Il silenzio cominciò a cedere a una nuova processione di suoni come un mare che senza preavviso comincia a camminare. E se si fosse parlato, le parole si sarebbero trasformate in simboli stranissimi, perchè si stava facendo scuro. Ma non era ancora notte. E i rumori diminuirono come se il tentativo del mare fosse fallito. Restava vicino alla finestra una specie di aureola quasi dorata che si sfumava, e intagliava i profili del figlio e della madre, facendoli uguali.
Il figlio alzò la testa e guardò di nuovo verso le persiane con un gesto di inevitabile angoscia.
La madre si alzò.
Mamma – disse il figlio, e la volle toccare; ma sentì le mani così sudate; così sudate, che ai piedi della sua poltrona si stava formando una piccola pozzanghera, e non lo fece per non inzupparla.
E pensò, vedendo le sue mani come sorgenti, che un qualcosa di mostruoso, o forse meraviglioso, lo differenziava dal resto degli esseri e addirittura delle cose.
La madre camminava già per un lato del soggiorno. A volte sembrava che andava per aria, o che camminava su un solo piede. La vide infine sparire verso la cucina. Lì si mise a parlare da sola.
Il borbottio della madre arrivava fino al soggiorno, e sentendola, il figlio ebbe paura; più paura di quanta ne avesse avuta fino a quel momento. E le mani della madre sganciarono un sudore quasi definitivo che cadde nello stesso posto dove s' era formata la pozzanghera.
Il borbottio della madre cominciò ad aumentare fino a farsi diabolico.
Allora si sentì bussare alla porta.
L' attesa finiva. Eccolo. Il figlio si alzò. I versi della madre in cucina acquisivano volate piagnone e insopportabili.
Bussarono di nuovo, più forte del rumore infernale provocato dalla bestia in cucina.
- Chi ha detto la bestia ?
Si, la bestia che adesso c' aveva la schiuma alla bocca e cresceva mentre tu restavi lì impalato, indeciso. La bestia piumata e grassosa ( per colpa del fumo e del burro attaccato alle pentole) che sbuffava e cresceva tra i muggiti... Ma il figlio camminò verso la porta, e la grande bestia cominciò a rimpicciolirsi; saltava fino a toccare il soffitto e poi veniva giù, supplicante e piangendo fiamme dagli occhi, fino a i piedi del figlio. Ma lui si avvicinò alla porta e afferrò il manico.
- Quale manico ? Questa porta non ce l' ha mai avuto un manico.
Afferrasti il manico e stavi per aprire.
Ma allora arrivò un' altra bussata; e il figlio vide la madre, piccola, annegare nella pozzanghera di sudore che avevano formato le sue mani. Ed esitò. Ebbe paura di rompere il patto.
- Che patto ? Chi ha parlato di patti ?
Il patto che hai fatto con tua madre, il patto che hai sostenuto sempre, e adesso ti fa dubitare: “ Mio figlio non ha amici ”, “mio figlio non riceve nessuno in casa ”, “mio figlio”... Il patto che d' altra parte hai sempre tradito seppure solo col pensiero.
La madre emerse di nuovo, enorme, quando il figlio lasciò il manico della porta. Continuò a crescere fino ad assumere proporzioni bestiali. E con un' ala gigantesca si portò il figlio al suo petto pieno di pidocchi.
- Di pidocchi !
Allora bussarono per la quarta volta, e il figlio, spaurito,
- Spaurito !
se ne andò correndo e si rifugiò nella voliera del piano di sopra. Aprì un poco le persiane della stanza e diede un' occhiata alla porta d' ingresso della casa.
L' amico era lì, in carne ed ossa, bussando senza stancarsi. Bussando e aspettando. Dava ogni tanto qualche colpo sicuro. L' amico era lì che aspettava. E la madre dentro, nitrendo come un cavallo; occupando tutta la casa con le sue immense ali... l'ospite non smetteva di bussare. Dall' alto lo vedesti insistere così tanto tempo che pensasti di chiamarlo.
- No !
Dai, chiamalo. Basta pure un gesto. Chiamalo. Dai, chiama, chiamalo.
L' ospite bussò ancora. Insistette nuovamente.
Aspettò.
Poco dopo si chiuse il cancelletto d' ingresso alle spalle e uscì in strada. Il figlio lo vide allontanarsi. Dopo scese di nuovo in soggiorno. Nella casa c' era un grande silenzio. Camminò sulle punte per la stanza vuota. Arrivò fino alla cucina vuota, e di soppiatto, svuotò con un solo sorso un litro di latte.
- Mamma – disse, come in altri tempi, quando ancora era giovane ed era figlio.
- Mamma – disse; perchè non aveva imparato a dire altre cose. E ricordò tutto quel giorno. E l' attesa. E l' arrivo dell' ospite. E si mise a camminare da solo dentro a quella enorme casa, che si faceva più grande ancora. Ed ebbe di colpo una visione della sua solitudine passata e una visione piena e illuminata delle sue solitudini a venire. E addirittura volle spiegazioni e consigli. Ma, come sempre, non gli rispose nessuno... Era da molto che la madre lo governava senza accompagnarlo, disprezzandolo, assillandolo, eliminandolo. - Mamma – disse, e la vide camminare su un fianco del cielo su dei grandi trampoli. Sempre come preoccupata; sempre a cercare di imprigionare il tempo per sprecarlo in affari di poco conto. Ma questa volta lei non gli rispose nemmeno.
Era da molto tempo che la madre era morta.
Nel buio, il vecchio camminò verso una delle pareti del soggiorno.
- Luce – disse, alzando l' interruttore, come un nuovo creatore automatizzato.





Il numero 41 della rivista "Nuovi Argomenti " dedica la sua sezione monografica a una breve antologia di scrittori (narratori e poeti) nati negli anni 80, a cura di Mario Desiati. Dalla copertina ci presentano un poco come i nuovi Bakestreet boys della letteratura (?) italiana. Ma vi giuro che io non sono nessuno di quei quattro figuri. Sto dentro comunque, e visto il cognome che porto, come al solito mi tocca aprire le danze. Il mio pezzo si chiama Imitazione del fuoco, ed è ispirato a un bigliettino da visita lasciato dal poeta catalano Bartolomeu Rosselló-Pòrcel sopra al bancone di un bar di Poble Sec, a Barcellona. O almeno questo è quello che ho voluto vedere.





Ho pur sempre scelto di andarmene quando ho detto di voler restare. Fosse tutto così, per me la vita io me la conserverei senza ritegno. Mi piace pensare che stasera sia io a chiedermi il poco tempo che mi è stato tolto per capire come davvero stanno le cose, come tutte le cose stanno in piedi senza nemmeno un soffio di me che le spinga, no, loro stanno lì, sono le cose che le persone si dicono per farsi bene, davanti al corretto al bayles, dentro alle gloriose canzoncine di mia nonna che torna a casa il venerdì sera, e prima di bussare alla porta sta cantando e io la guardo dallo spioncino, mi sento come la stessi vedendo cadere dalle scale. Mi piace pensare che io sono debole e Anna parlava col suo caffè bollente, diceva che mi convinco del male che dovrà venire per cacciare le palle prima del tempo, tu le palle ce l'hai, certo, ce l'ho pure in testa, però me le voglio togliere sai? Mi da fastidio spiegare quando mi accarezzano, e poi le mani in testa me le mette un sacco di persone, lo sai, mi battezzano al loro fastidio di capire che c'ho, negli abbracci, nelle strette di mano, nei baci sulle guance, a loro non basta perchè vorrebbero capire che c'ho che faccio la faccia così, ogni tanto chiudo gli occhi, e inizio un discorso per cambiare discorso, parlo uno swing di Moreno Veloso quasi fosse una cosa seria svelare un segreto, il mio segreto di debolezza, la luce accesa sul telefono delle parole di mio padre. Uno deve parlare, parlare sempre di se, uno deve dirsi sempre che è troppo poco fare quello che facciamo per starci vicino, per capire se uno poi la notte va a dormire col mal di gola, e dice il padrenostro col cuscino in faccia, per non farsi vedere nè sentire. Uno deve avere pur sempre fiducia nel bene che evita di farsi, una come Imma, metti, che cosa sarei diventato senza la sua libertà miracolata, senza di lei che se ci pensi s'è ricostruita un altarino di entusiasmo sopra le mani di quelli che stanno là quando pare che sviene solo per dire che lei è cagionevole, perchè si bacia il pane prima di buttarlo. Senza di lei io sarei uguale a lei ma senza una casa, senza sapere dove andrebbero a finire tutte le stronzatine di ikea, non mi sentirei mai in ritardo e non pregherei di morire almeno dopo i cinquanta, nessuno pagherebbe al Banco di Napoli per sentirmi cantare una villanella, una strofa si e una no, senza finale. Imma non mi accarezza mai la testa, perchè lo sa. Da bambina voleva fare la mamma, e poi l'avvocato, e poi una notte s'è sognata a Luca Carboni che la portava in una casa sopra al Moiariello con un palazzo davanti alla finestra, per non farle vedere il mare, così, aveva detto, non ti dispiaci assai se esco e faccio troppo tardi. Fosse tutto così, come io e lei dentro al letto sfatto di tre notti prima, e lei dorme già da due ore e io sto pensando alla luce accesa del telefono, per me io mi addormenterei molto prima, oppure direi che quel palazzo lì davanti ha rotto proprio il cazzo.
Perchè era così. Ogni volta che venivo io mi baciavo pure le pareti di casa tua.
Mi piaceva stare tutto il pomeriggio nella macelleria di Salvatore. Davanti al bancone ci stava solo lo spazio per qualche sedia, la mia e quella di mia nonna che non stava mai ferma, si dondolava, si puliva i vetri degli occhiali sulle maniche della camicia, mia nonna che dal buongiorno di ogni cliente capiva se avrebbero pagato oggi stesso o fra una settimana, un mese, entro la data che lei segnava sul quadernetto dei conti che teneva in petto. Poi se uno entrava senza nemmeno guardarla allora quello era un ragazzo, un figlio segreto, un compagno, una femmina, una vecchia moglie, una sorella andata male di Bob Marley. Mia nonna si portava la mano al petto ma solo per dire qualcosa che se non ci stava attenta l'avrebbe fatta saltare dalla sedia. Diceva Ammèn, per esempio, dentro a un sospiro che la faceva diventare piccola piccola. Anche Salvatore riconosceva subito la gente del boss e quei tre capelli che teneva sulla fronte subito gli si arricciavano, perchè stava sudando. Salvatore si dispiaceva, ogni volta che venivano quelli si pigliavano le cose migliori e solo per farne uno spreco, solo per mantenere ben viziati quei maledetti cani di Bob Marley. Erano più di una decina, forse erano venti, stavano tutta la giornata sparsi per il quartiere e abbaiavano a quelli che non avevano mai visto prima, seguivano le macchine nuove, facevano i pazzi dietro ai motorini che si avvicinavano alla salita della Villa D' Agostino, quella che stava nascosta da un enorme cancello verde che poi era una delle entrate del San Camillo, il vecchio ospedale dove stavano i drogati, e dove ci stava quel giardino enorme che andavamo a giocare a pallone, con un poco di coraggio. Bob Marley viveva li sopra. Io una volta l'avevo visto affacciato a uno dei balconi della villa, con la mutanda di Bob Marley addosso, quella del cantante con quei capelli sporchi. Lui era secco secco, teneva solo un ciuffo di peli neri sul petto, ma la testa era lucida, faceva impressione tanto era piccola la testa del boss, sembrava un acino d'uva. - Bobbmà - fece mio cugino Rosario che era passato per il San Camillo a prendersi il metadone - Questi qua hanno perso il pallone dentro al cortile.
- E pecchè nun m'o ddiceno?
- Perchè fanno il giallo.
Lui ci guardò, mentre si grattava la schiena, stavamo io e quelli del palazzo, stavamo a quattro e uno per la squadra mia, ma poi io avevo fatto il cross, e il pallone era andato a finire là dietro. Ed era vero che avevamo paura, ma no di Bob Marley, avevamo paura dei cani, perché quelli che stavano vicino alla villa erano i più pericolosi, erano i Pitt bull che si mangiavano la corazza e la pettola di spalla che Salvatore dava via come se fossero dita della sua mano, erano i più bastardi quelli della villa, che non si accontentavano della locena di maiale o della colardella che potevano andare per il pastore tedesco che stava vicino al biliardo di Alfredo il Milione, oppure per i bastardini che facevano guardia sulle scale della chiesa di Padre Ciccone. Bob Marley aveva adottato tutti quei cani per proteggersi, li aveva addestrati, li teneva sparsi per il quartiere e chi faceva qualcosa a loro, glielo faceva a lui. Di notte i cani si andavano a mettere nei posti più impensati, si nascondevano e si moltiplicavano, erano dappertutto e se ti mettevi fuori al balcone della stanza da letto li sentivi che passavano ogni tanto per il cavone e si accoppiavano sotto all’arco del vicolo, sembrava che stessero cantando, che stessero parlando con i fantasmi di tutti quelli che Bob Marley si era fatto nel quartiere, sembrava che quei fantasmi erano proprio loro.
- Tu lo sai perché a Bob Marley lo chiamano così? – avevo chiesto a Salvatore.
- No – disse lui – So solo che tiene l’aiddiesse e un altro po’ ce lo togliamo davanti alle palle.
Io uscii dalla macelleria e mi incamminai verso i Vergini perché dovevo comprare le squadrette che ci aveva chiesto la professoressa di Tecnica. Quell’antipatico Fox Terrier che stava dentro alla falegnameria del ponte mi annusò le scarpe e cominciò a seguirmi pure quando stava piovendo – Che sfaccimma vuoi? – dissi incazzato, e venne il temporale. Il cane mi afferrò una caviglia e io mi misi a urlare come una vaiassa. E non urlavo solo io. Stava piovendo e stavano urlando tutti quanti, ognuno per il morso che l’aveva preso alla sprovvista, davanti all’uscita di Vico Lammatari l’acqua che veniva gi&ug